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La mia Pasqua in missione
Autore: Valeria Filippi

Testimonianza delle missioni di Settimana Santa in Italia (Gioventù Missionaria, 2009).

“Chi avrebbe mai detto che mercoledì santo, quelle 27 ragazze scalmanate, che s’improvvisavano calciatrici professioniste nel giardino dell’Università, si stavano preparando ad andare in missione?” Proprio così! Non abbiamo perso un attimo di tempo e anche se molte di noi si incontravano allora per la prima volta, il gruppo si è amalgamato in un baleno e dopo 5 minuti sembrava di conoscersi da una vita. Siamo partite così, cariche di bagagli e chitarre ma soprattutto di entusiasmo. Da allora non ci siamo più fermate. Giunte a destinazione nel convento di San Crispino, un’oasi di pace fino al momento prima del nostro arrivo, 10 minuti di tempo per accaparrarsi i pochi letti disponibili e trasformare le camere in veri e propri “accampamenti”. Poi di nuovo di corsa giù per le scale ad organizzare gli ultimi preparativi per la missione: squadre di 5 persone, comitati per le attività pomeridiane in parrocchia, materiale necessario per il loro svolgimento.

Dopo cena si canta, si suona e si gioca, finché le Consacrate ci consigliano di andare a dormire presto per conservare l’energia per le prossime intense giornate. Ovviamente le luci si spengono molto tardi ma l’ilarità generale è subito ridestata quando, dopo neanche 5 minuti di silenzio, già si potevano sentire alcune russare profondamente, impedendo alle altre rimaste sveglie di prendere sonno. Così all’improvviso nel buio della notte si sentivano ancora scroscia di risa soffocate senza successo. Se avessimo seguito il saggio consiglio delle Consacrate, forse il giorno dopo non ci saremmo alzate con quelle occhiaie che erano destinate a farsi sempre più marcate nei giorni successivi…

La giornata iniziava con la sveglia delle collaboratrici, che si alzavano prontamente e facevano il giro delle camere invocando “Cristo nostro Re!”, a cui 27 flebili voci, tra uno sbadiglio e l’altro, rispondevano “Venga il Tuo Regno!” Ma posso garantire che l’efficacia era immediata! Era proprio quella la molla che ci faceva scattare in piedi, dimentiche della stanchezza, ansiose di andare a portare Cristo anche alle altre persone. Le preghiere del mattino erano l’indispensabile “integratore vitaminico” a cui attingevamo a pieni polmoni. Era lì che rinnovavamo il nostro “si” quotidiano offrendo il nostro corpo e il nostro cuore: “Non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi (Mt 10,20)”. Con l’adrenalina a mille salivamo in macchina e arrivavamo a Ciconia, dove il parroco, don Augusto, ci aspettava a braccia aperte e dava ad ognuna una dolce carezza di incoraggiamento e sostegno per la missione. Meditavamo ancora un po’ i passi del Vangelo sulla passione di Cristo, che ci avrebbero aiutate a riflettere nelle famiglie e poi, armate di bibbie e rosari, ci incamminavamo per le strade di Ciconia divise in squadre e, con il sorriso più smagliante di cui eravamo capaci, ci avvicinavamo alle case delle persone, timorose all’inizio ma poi sempre più convinte, sperando che aprissero a noi le porte e a Cristo il cuore.

Sguinzagliate per il paese con le nostre felpe di Gioventù Missionaria, eravamo il terrore dei giovani che “invitavamo” a venire alle attività in parrocchia: alla fine venivano, un po’ per compiacenza, un po’ per curiosità e non se ne andavano mai delusi. Tra le varie attività, una di quelle che ha avuto più successo è stata la visita ai malati. Accompagnate da suor Agnese, nostra infallibile guida, sebbene un po’ sorda e incurante dei segnali stradali di direzione vietata (tanto la macchina non era sua!), imboccavamo alcune strade contromano. Leggevamo il terrore negli occhi di Elisa che era al volante e guardandola era impossibile per me e Rosaria trattenere le risate. Ma il bello è che arrivavamo sempre inspiegabilmente sane e salve dappertutto!

Abbiamo toccato con mano la sofferenza più profonda di persone inferme nel corpo, completamente sole. Eppure non dimenticherò mai l’espressione di gioia sul volto di Tonino, a letto, completamente paralizzato da sei anni in seguito ad un’emorragia cerebrale. Sono rimasta abbagliata dalla luce che brillava nei suoi occhi bellissimi quando abbiamo pregato insieme. Ero quasi sconvolta dalla vivacità della moglie che deve accudirlo giorno e notte senza poter uscire di casa: “Ragazze, per me questa non è una croce, non è un peso! Io lo accudisco volentieri e sono molto tranquilla. Sono più preoccupata per mia figlia che convive ed è lontana dalla fede… Noi stiamo bene!” Di primo acchito ho pensato: “Questa è pazza”! Proprio in quel momento ho capito che io non davo nulla ma stavo ricevendo tantissimo. La missione per me è stato questo: riempirmi di Cristo vedendolo sul volto degli altri mentre soffre, è oltraggiato, disprezzato, “come Agnello condotto al macello” (Is 53,7). Non rimanevamo angosciate da quella sofferenza, continuavamo serene la nostra missione.

Era bello tornare e trovare anche le altre impegnate nelle loro attività o semplicemente vederle parlare con le Consacrate. Ancora mi chiedo come abbiano fatto le povere Consacrate ad ascoltare pazientemente ognuna di noi ininterrottamente, assicurandoci un’assistenza continua per l’anima. Il culmine delle celebrazioni è stata la veglia di Pasqua. La gioia del Cristo risorto ci ha accompagnate per il resto della notte, tornando al convento in macchina con la musica a tutto volume, felici di poter riascoltare la musica cui avevano rinunciato durante la Settimana Santa. Al convento, incuranti dei poveri frati Cappuccini che riposavano, abbiamo improvvisato balletti e cantato a squarciagola. Qualcuna si è addirittura esibita in flamenco e i tentativi d’imitazione da parte di altre sono falliti miseramente. Il giorno dopo ci dispiaceva partire, doverci separare e riprendere ognuna la propria routine quotidiana. Siamo tornate consapevoli del fatto che la riuscita della nostra missione a Ciconia, non è stata per qualche nostro merito particolare.

Noi abbiamo semplicemente acconsentito a mettere a disposizione un po’ del nostro tempo per rispondere alla naturale vocazione cui è chiamato ciascun cristiano: essere missionario. E’ un’esperienza che non può rimanere chiusa e sigillata , relegata esclusivamente ad una settimana della nostra vita. C’è bisogno di proseguire nell’incarico che ci è stato affidato, l’evangelizzazione, negli ambienti in cui viviamo, con le persone che incontriamo tutti i giorni. La missione per me è appena cominciata!

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